"C'è la bellezza e ci sono gli umiliati.
Qualunque difficoltà presenti l'impresa, non vorrei mai essere infedele né ai secondi né alla prima" A.C.

giovedì 17 maggio 2012

Il tempo di morire: sopravvivere al suicidio


Non fosse per l'invenzione simbolica dei fisici, il presente non esisterebbe. Passiamo metà del nostro tempo a rimpiangere il passato, l'altra metà a sperare nel futuro. Non ci sarebbe motivo di concepire la nozione di 'presente' se quest'attimo che già mi sfugge non servisse a ricordarmi che l'ho scelta, la condizione del funambolo.
Sospeso tra le responsabilità di ieri, per le quali non mi assolvo, e le speranze riposte nel domani - colpa ulteriore, che non mi è imputata giacché sono, rispetto al futuro, incapace di intendere, benché non mi astenga dal volere - mi sono accorto dell'inganno del presente dinanzi all'attuale diluvio di morti per suicidio.
Farla finita è azione da filosofi, il perpetuarsi del presente suona disumano alla mente del poveruomo. Non ripianare i debiti, non riconquistare l'amore, non rialzarsi dalla depressione: tutte condizioni para-noiche, che assomigliano all'eterno ritorno dell'uguale, figura dotta di gusto decadente. Nella ciclicità, piuttosto, spera l'agricoltore nella propria saggia credulità: la sua vita non è che un'attesa senza fine, in barba al mistero del presente.
Non fosse per l'invenzione simbolica degli economisti, non avrebbe ragion d'essere neppure la nozione di debito, proprio come accade per il concetto di ‘presente’ e l’inganno della ‘proprietà’.
Il soggetto dell'esistere, la vittima del terrore di morire, l'uomo, questo uomo. Egli solo può trovarsi alle prese con l'attimo che sfugge, con questo scorrere allegorico, in nulla differente dal flusso di cassa che si colma e tracima senza riuscir più a coprire le spese.
Non abbiamo il presente, cioè non possediamo noi stessi. Speriamo in un futuro incerto, nel quale saremo tuttavia protagonisti di una storia contraddistinta dal sigillo del riscatto, e scommettiamo perciò su un'identità immaginaria. Ecco come muore l'uomo, di obesità, rigonfio di un sé che non esiste. Un giorno ti guardi allo specchio e il panico ti assale: che il presente possa ripetersi, per sempre, come si mostra qui, qui ed ora? Ti riconosci e ti uccidi.
Viviamo di nulla e moriamo per poco. Beato chi saldo nel presente, che pure non c'è, si fa beffa dell'identità che lo imprigiona, del sé che lo attanaglia: così è di colui che ama un umano soltanto, di chi perde la propria ombra donandola ad un'altra ombra soltanto. Non è studio di quantità, lavoro di pesa e di misura, il gioco paradossale della resurrezione: sopravvive chi, naufrago, abbraccia nell'altro naufrago la sua stessa perdizione, chi spalanca gli occhi nelle tenebre del nulla, chi assedia la speranza, vana, con l'esercito rumoroso dell'allegria.

martedì 8 maggio 2012

Toshar: il paradosso dello straniero

Ho fatto le pulizie da solo, finché ho potuto. Quando ho iniziato a lavorare anche di notte, assonnato e molle come la polvere che si accumulava ovunque, ho capito che per toglierne un po' era ora di farmi aiutare: l'asma non perdona e gli acari sono suoi alleati.
Mi piaceva, ogni tanto, fare le pulizie. Mi aiutava a tornare alla realtà. Milano è frenetica e psichedelica, e le mie occupazioni non inducono serenità: pc, telefono e centinaia di mail al giorno ti fanno perdere il contatto con la vita; la polvere ti ricorda chi sei.
Sono fiero di me quando passo lo straccio, quando spolvero a dovere o lucido lo specchio. Quelle dei servi sono attività da signori, occupazioni da uomini autentici, capaci ancora di confrontarsi con la fatica e di lottare contro la stizza: c'è un'attitudine dei vetri ad esser sporchi che si può combattere solo con l'autoironia, qualità degli uomini vincenti. C'è poi la pazienza: virtù di chi, consapevole di non saper aspettare in eterno, attende contro se stesso che il pavimento si asciughi, prima di camminarci.
Mi sono arreso all'evidenza quando ho iniziato a mangiare giusto ogni tanto, quando il lavoro me lo consentiva. Allora ho capito che valeva la pena di farmi aiutare nelle pulizie. E sempre allora ho conosciuto Toshar, il ragazzino cingalese. Me lo ha presentato una vicina, convinta che Toshar fosse manodopera, forza lavoro di sua proprietà. Anche il prezzo mi fece, la tariffa oraria del suo uomo, del bambino cresciutello convinto sempre di esser graziato da chi lo sfrutta.
C'è voluto un mese per spiegare a Toshar che i soldi erano i suoi: solo dopo qualche settimana scoprii che li dava alla mia vicina, la sua aguzzina, il caporale. Gli sembrava naturale, a Toschar, non tenere nulla per sé, abituato com'era a non avere mai niente. Mi disse che aveva paura del marito della signora, che non gli sembrava furbo ribellarsi, che in fondo le cose erano sempre andate così: nei mesi precedenti aveva ricevuto dai suoi schiavisti 500 Euro per due mesi di lavoro a tempo pieno, né troppo né poco nella mente di Toshar.
I buoni hanno di grandioso l'elasticità mentale: come si abituano a lavorare per 30 centesimi l'ora, così capiscono al volo l'assurdo, se uno sta lì un attimo a spiegarlo. Toshar capì subito la sua stessa follia. Credo che diventammo amici quando si accorse, un attimo prima di vergognarsi della sua ingenuità, che io mi vergognavo di essere in fondo più simile alla signora che non a lui. Mi vergognavo pure di essere italiano, per me la cosa più assurda. Ma come si può essere fieri di un popolo che accoglie così uno come Toshar? Dovreste vederlo, il ritratto dell'innocenza, una faccia simile al protagonista del Milionario, un affronto all'abitudine alla sopraffazione e una provocazione alla legge del più forte. Siamo diventati complici. Gli ho detto di non preoccuparsi.
Incontrando la mia vicina, le ho spiegato che le cose sarebbero cambiate; provò a dirmi banalità del tipo "io ci pago le tasse", neanche si riferisse a un mezzo agricolo. Le suggerii di evitare problemi, e quando tentò di riferirsi a suo marito, il sedicente datore di lavoro di Toschar, le consigliai di proteggerlo dal mio sdegno.
Toshar viene da me solo una volta a settimana, non ci fa niente con il lavoro che gli offro. Però ha scoperto tutto d'un colpo il concetto di libertà. S'è trovato diversi lavoretti, cammina a testa alta. Mi vuole bene.
Nelle sere di mezza stagione, quando la nebbia scende presto, oppure il sole non tramonta più e il polline riempie l'aria di un'improbabile neve tiepida, aspetto a casa Toshar riflettendo sulla nostra condizione. Lui libero senza certezze, io prigioniero dei miei schemi fondati su sicurezze ridondanti. Per ragioni opposte, entrambi abbiamo paura. E siamo soli in questa città che corre troppo.
Restiamo a cihiacchierare a lungo quando ha finito il suo servizio, ho sempre paura che percepisca se stesso come un mio subalterno: certi vizi mentali sono difficili da sradicare. A me fa piacere quando lui viene, mi ricorda l'unico atto eroico della mi vita, la difesa sconsiderata del solo debole nel quale mi sia capitato di imbattermi, perché io dei deboli ho paura e sono solito evitarli. La debolezza mi spaventa, ho il terrore di divenire debole a mia volta, abituato come sono ad essere annoverato tra i forti; e poi sono consapevole della mia vicinanza emotiva alla disarmante autenticità di chi debole c'è nato, un'ipoteca sul mio successo, che spesso mi impedisce di essere lo squalo che sogno, e al contempo temo, di diventare.
Toshar mi aiuta a risparmiare tempo da destinare ancora al mio lavoro. Quindi è il mio primo collaboratore: un giorno scriviamo un comunicato, un altro giorno rispondiamo alle ultime e-mail della giornata. Solo che lui non lo sa, convinto sempre di star lì a passare lo straccio.
Ed io? Io chiacchiero con lui fuori di me e lotto contro il lui che è dentro di me. E' così che si fa con i deboli e con chi ci rende deboli: con i poveri e con gli amici.